| Il calcio italiano, le
sue morti misteriose, lo spettro del doping: dalle dichiarazioni di
Zeman all’indagine del Procuratore Guariniello, attraverso le
tante, troppe, morti sospette e legate a terribili malattie quali la
rara e micidiale SLA, la leucemia, il tumore al fegato. Le indagini,
le nuove leggi, le testimonianze drammatiche dei famigliari di
calciatori deceduti o degli stessi atleti colpiti: un libro che fa
il punto sui mali oscuri del calcio e scuote le coscienze, per
creare una nuova consapevolezza in quanti si avvicinano o seguono
con passione il cosiddetto “gioco più bello del mondo”.
Autori :
Fabrizio Calzia - Massimiliano Castellani
Dimensioni: 15 x 21 cm
Pagine: 224
Data di pubblicazione: ottobre 2003
Prezzo: € 14,50
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Per acquistare: ferrari@bradipolibri.it |
“Se avessi saputo che per tutte quella roba
avrei perso amici, e rischiato di morire anch'io, non credo che potendo
tornare indietro, rifarei tutto da capo. E mi domando, se valga ancora la
pena che un giovane sacrifichi tutta la sua vita per un calcio del
genere”. Si chiude così l’ultima intervista a Nello Saltutti
pubblicata su “Palla avvelenata”, volume che corre parallelo
all’indagine Guariniello (a sua volta “lanciata” dalle famose
dichiarazioni di Zeman nell’agosto 1998) sulle malattie e le morti
sospette nel calcio.
Fulcro del volume è la raccolta di interviste ai giocatori colpiti o ai
loro familiari, ritratti personali e drammatici che costituiscono spesso
un significativo j’accuse nei confronti del mondo pallonaro.
Nello Saltutti, già colpito da infarto alcuni anni or sono, risultava fra
i più tenaci, espliciti e dettagliati accusatori del presunto fenomeno
doping. Lo si evince dal testo dell’intervista che alleghiamo per
intero.
Nello Saltutti - Una scelta di cuore
“È tornato Nello”, dicono i pensionati in adunata quotidiana davanti
alla rotonda della Rocca Flea (Gualdo Tadino), quando lui imbocca la
salita di casa. È tornato per sempre, la gloria gualdese, Nello Saltutti.
L’eterno bomber baffuto, oggi ha qualche capello in meno, raccolto in un
codino da guerriero tartaro, ultima traccia di una gioventù sfumata. Ma
lo spirito, quello resta giovane nonostante gli acciacchi di un
cinquantenne cardiopatico che cerca di godersi la meritata pensione di
calciatore. Il riposo del “Levriero”, sdraiato nel salotto di una casa
enorme, dopo la solita corsa del pomeriggio: “12-13 km, giusto per
tenermi in forma”. Footing leggero in compagnia di Rosalba, da 38 anni
al suo fianco e consigliato dal dott. Coletti, il medico di fiducia: “La
maratona serve a smaltire i grassi e grazie ai suoi consigli ho evitato il
bypass”.
Una scelta di cuore, come sempre, quella di Nello. Tornare a passeggiare
tra gli orti e gli ulivi dove aveva mosso i primi passi nel 1947, per poi
andar via. Agli inizi degli anni ‘50, suo padre Giuseppe, per sfuggire
alla fame che a quei tempi circolava anche nell’odierna fiorente
“ceramista” Gualdo Tadino, emigrò con la famiglia in Lussemburgo.
Fatica nera di minatore, a sputare silicosi sul carbone, mentre il piccolo
Nello si divertiva a giocare a calcio. “Ho cominciato lassù, nei
giovani dell’Esch-Sur-Alzette, la Juventus lussemburghese. Mi allenava
un belga, un certo Berry, che appena presa la licenza media mi disse:
‘Nello che ci stai a fare qui? Prova a diventare un calciatore sul
serio. Tornatene in Italia’.” Quattordici anni e il cuore pieno di
paura, come il Nino della “leva calcistica” di De Gregori, Nello
convinse il padre a mandarlo un anno a provare a Firenze. “Papà mi
mandava 30 mila lire al mese per farmi mantenere in casa dello zio Aldo,
guardia forestale, che mi incoraggiò nei vari provini che sostenni con il
Prato e poi alla Fiorentina. Ma finì che mi scartarono”.
Bruciò quella bocciatura al piccolo Nello, ma lui aveva sette vite e si
rimise in sella. Lavoro al mattino e allenamenti al pomeriggio nel Club
Sportivo Le Cascine. Non era la Fiorentina, però, e in famiglia
cominciarono a temere che con il calcio forse era meglio lasciar perdere.
Quando una mattina, ecco avverarsi il primo miracolo della sua vita: un
talent-scout della zona che stava per partire con il solito “carico”
di belle speranze, da sottoporre all’attenzione degli osservatori del
Milan. Nello finì tra i 400 aspiranti, ma non si smarrì. Sotto gli occhi
vigili dei tecnici rossoneri si giocò fino all’ultima goccia di sudore
tutte le sue chance di restare in Italia, ed evitare di finire in fabbrica
o nelle miniere di Lussemburgo. “Ebbi la fortuna di giocare proprio sul
campo dove stava Liedholm, che prendeva appunti su un taccuino”.
Era l’inizio di un sogno, e dopo tanta gavetta nella formazione
Primavera finalmente il 15 gennaio del 1967, l’esordio in serie A
spodestando addirittura Sormani. Con la freddezza del veterano, entrò nel
tempio di San Siro al fianco di Rivera. Quel giorno il Milan affrontava il
Bologna e lui, come tutti i talenti baciati dalla buona stella, andò
subito in gol. “Mi ricordo che Amarildo fece un tiro che attraversò
tutta l’area piccola e io mi avventai più veloce dei terzini bolognesi
e misi dentro. Poi loro pareggiarono, ma quel debutto con tanto di rete,
fece talmente rumore che alla sera Enzo Tortora mi volle ospite alla
Domenica Sportiva. Tanti complimenti e persino un’autoradio in regalo,
quando non avevo neppure la macchina...”
Sarebbe stata una serata fantastica, se non mi fosse ingenuamente scappata
una frase in diretta: “Sorpreso? Beh, io veramente sono uno abituato a
fare gol”. Non l’avessi mai detto! Silvestri, arrivato nel frattempo
al posto di Liedholm, mi aspettò al varco a Milanello e mi prese a calci
sul sedere. Ai tempi, i giovani in prima squadra li trattavano così, mica
come adesso. E poi inseguendomi minaccioso mi gridò: “Tu sei un
montato, da adesso in poi non giocherai più”. Minaccia mantenuta, perché
poi quell’anno disputò solo un’altra partita. Pessima replica. Alla
fine lasciava Milano con tanti rimpianti, ma anche con un gol in serie A.
E 15 centimetri in più, per via di quelle prime “pozioni magiche” che
imparò a sorseggiare in fretta.
“Quando ero ancora nella Primavera già mi davano di tutto,
l’infermeria del Milan era una cosa impressionante, e non so se sarà
stato un caso, ma io da un metro e sessanta, in un anno ero passato ai
miei 175 centimetri. Strano no? All’epoca però non ho mai riflettuto su
quella strana crescita. Mi infastidiva di più ripensare a Silvestri che
mi mandò in prestito a Lecco, in serie B”. Fece 8 gol che poi è
rimasta la media di una vita, quella giusta di una punta guizzante che a
Foggia venne valorizzata da un grande maestro del calcio italiano, mai
troppo rimpianto. “Al Foggia furono quattro anni meravigliosi, con
quello che considero un secondo padre: Tommaso Maestrelli. Segnavo e
giocavo bene e ricordo con tanta nostalgia mia madre Rotilia, tifosa
scatenata in tribuna, che scendeva spesso dal Lussemburgo per venirmi a
vedere. Tanti momenti di estrema complicità con Maestrelli e le sue
lacrime sincere, quando con la sua Lazio nel sottopassaggio dello stadio
di Firenze gli annunciai che mia madre stava morendo di un cancro al
fegato a soli 55 anni”. Qualche anno dopo, lo stesso male avrebbe ucciso
anche lui...
Coincidenze maledette della vita. Eppure piacevoli casualità, come quel
suo ritorno da giocatore nella Firenze in cui pensavano che non andasse
bene per il calcio. Un trasferimento imposto da Liedholm, che lo
riabbracciava uomo fatto. “Cominciai male e le prime partite non c’era
verso di vedere la porta. Allora una sera il mister mi chiama a casa e mi
dice: ‘Nello preparati che ti passo a prendere con la macchina’. Una
telefonata strana, e ancor più sospetto fu quando a un certo punto si
fermò in uno di quei ponti isolati di Firenze. Mi disse: ‘Scendi, che
ci sta aspettando’. Non potevo credere ai miei occhi quando arrivammo.
Mi aveva portato da una fattucchiera, per togliermi il malocchio. Poi
seppi che quella era una pratica che faceva spesso, ma per me fu la prima
e l’unica volta”.
Incantesimo sciolto. A partire dalla domenica seguente, fece sei gol in
sette partite. Non aveva più segnato da quella partita amichevole in
terra inglese, la gara più bella della sua carriera. Una prestazione da
incorniciare, favorita, forse, anche da un “caffè speciale” bevuto
prima di entrare in campo. “Passò un thermos. Dovevamo bere, ci
dissero, perché era un caffè e ci avrebbe fatto bene. Io non lo prendevo
mai il caffè e non vedevo la ragione di cominciare proprio quella sera
che giocavamo una partita così prestigiosa contro il Manchester United”.
E impresa fu. Saltutti, con quel caffè bevuto a strozzo, diventò ancora
più veloce del solito. Praticamente immarcabile. Fece il gol dell’1-1 e
incantò persino i tifosi dei “Red Devils” al punto che i tabloid
britannici all’indomani titolarono il pari come la vittoria del
“Levriero italiano”.
“Quel caffè ci aveva fatto bene in campo, correvamo tutti il doppio. Il
mattino dopo però all’aeroporto mi ricordo che avevamo certe facce. Le
tenevamo tra le mani, distrutti, e non so se fosse solo per la fatica
della gara”. Quel caffè speciale, negli anni in cui poi sulla panchina
viola arrivarono Gigi Radice e Nereo Rocco, “si trovava tranquillamente
sulla tavola imbandita, in bella vista con i flaconi delle pillole, le
boccette con le gocce, flebo modello damigiane e punture a volontà”.
Tutta merce a necessaria disposizione dei giocatori, che si sottoponevano
a ogni trattamento per quieto vivere. Ma qualcuno, inconsapevole, ne
abusava. “Ero sempre in camera con Bruno Beatrice, amici inseparabili in
campo e fuori, un fratello. Glielo dicevo sempre, Bruno non esagerare con
quelle punture. Io non so quante se ne facesse fare, durante il ritiro era
sempre sotto flebo, dal venerdì sera alla domenica; lo avevano convinto
che con quelle avrebbe corso il doppio. Bruno, tanto per capirci, era uno
che al naturale andava molto più forte di Davids, perciò gli chiedevo:
‘Ma che bisogno hai di farti iniettare tutte quelle schifezze?’ A noi
dicevano: sono solo vitamine, prendetele e starete meglio. Ma chissà che
ci davano invece?”
Punture sgradite ma ingoiate, come le infiltrazioni di Voltaren potenziato
o le pillole di Micoren. “Il Micoren lo hanno tolto dal mercato
nell’85, perché risultò estremamente nocivo, ma intanto noi ne avevamo
fatte scorpacciate per vent’anni, senza che nessun medico ci dicesse
niente, e con nessun tipo di problema per le analisi del dopopartita. I
controlli antidoping, poi. A ripensarci quelli erano una barzelletta:
sorteggi già preparati, con le urine messe in botticelle dove si
allungava la pipì con tantissima acqua e la cosa finiva lì”. Loro, i
calciatori, complici di un gioco di cui non discutevano neanche e ignari
di tutto. “Me le faccio per la carriera, per far star bene la famiglia
un domani”, mi diceva il povero Beatrice. “Io ci stavo più attento,
ma più per punto preso che per effettiva convinzione. Intanto poi, lui
c’è morto di leucemia, e io a 50 anni, per poco non ci resto secco con
un infarto”. Una pratica lunga, quanto la sua carriera di calciatore che
dopo la Fiorentina sarebbe proseguita alla Sampdoria, squadra
costantemente in lotta per non retrocedere, quindi alla Pistoiese,
compagno di squadra di Giorgio Rognoni, che sarebbe morto prematuramente
di SLA.
Ultima tappa nella carriera di Saltutti il Rimini dove, con 540 presenze
tra A e B e 160 gol segnati, chiuse con il professionismo a 35 anni. Una
pratica selvaggia, ma consentita e accettata da tutti, senza discussioni,
e tanto meno atti di ribellione. “A dirla tutta, una volta quando ormai
ero a fine carriera, nel Rimini, mi sono rifiutato di fare una puntura.
Allora l’allenatore venne da me e mi disse a brutto muso: ‘Vorrà dire
che oggi non giochi’. Finii a soffrire in panchina, in uno scontro
decisivo per la salvezza contro il Palermo. Visto però che dopo 45 minuti
eravamo sotto di due gol, nel secondo tempo mi mandarono ugualmente in
campo. Ero pulito, eppure corsi ugualmente e sfiorai più volte il gol.
Questo a dimostrazione che anche senza punture si poteva giocare bene”.
Saltutti, finita con il professionismo, ha continuato a giocare fino a 44
anni. “L’ultima partita è stata con il Nocera Umbra, dove ero partito
come allenatore”. Stupiva il vecchio Levriero e gli toccava correre
ancora dietro a un pallone per mantenere una famiglia, moglie e tre figli,
sfoderando tutto il repertorio di gol a volo d’angelo o le rovesciate
che dopo quelle di Parola, divennero “alla Saltutti”.
Ma l’ultima rovesciata, quella decisiva, gli è toccato farla al suo
cuore: “Ho fatto sempre una vita da atleta scrupoloso. Mai bevuto o
fumato, solo tanto allenamento, un’alimentazione attenta e controllata,
e quindi l’infarto di quattro anni fa fu veramente un fulmine a ciel
sereno, e ho temuto fortemente di morire. Ce l’ho fatta a scamparla e
adesso sono convinto che gran parte della responsabilità del mio cuore
sfasciato sia dipesa da quelle porcherie che ci hanno somministrato in
tutti quegli anni. Quello che fa male è vedere che la situazione oggi è
peggiorata e ci troviamo davanti a una realtà che è diventata
insostenibile e sulla quale è tempo di fare chiarezza. Occorre andare
alla fonte. Cominciare a controllare quello che circola nelle infermerie
delle società, perché è da lì che parte tutto il marcio. Credetemi, i
calciatori sono quasi sempre delle vittime, l’ultimo anello di una
catena che parte dai dirigenti e qualche volta anche dagli allenatori, che
concordano il da farsi con lo staff medico. Personalmente continuo ad
avere molta fiducia in Guariniello, ma ho anche il timore che gli
interessi troppo alti che ci sono in gioco possano far insabbiare la verità.
Io ho l’unica consolazione di poterla raccontare ancora, la mia
storia”.
Una brutta storia, quella di uomini come Saltutti che hanno perso il
sonno, un amico e molto di quell’entusiasmo di un tempo. “A volte la
notte mi sveglio e non riesco più a dormire. Allora vengo in sala, mi
siedo su questo divano e penso per ore a tante cose: a come è finito
Bruno, al fatto che non so come andrà a finire questa mia vita. Se avessi
saputo che per tutta quella roba avrei perso amici e rischiato di morire
anch’io, non credo che potendo tornare indietro, rifarei tutto da capo.
E mi domando se valga ancora la pena che un giovane sacrifichi tutta la
sua vita per un calcio del genere”.
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