Recensione Editoriale : Storie di pallone e bicicletta - di Carlo Martinelli - ed.Curcu&Genovese


Pubblicazione : Maggio 2003 

Pagine : 136 

Formato 15x22 cm. 

Prezzo :  Euro 10,00

Ventotto storie di pallone e bicicletta: per raccontare il mistero del calcio e del ciclismo, della pallavolo e del basket. Per fissare in una immagine tutto un mondo: emozioni, ricordi, citazioni e sogni piuttosto che risultati, classifiche, polemiche e discussioni.
I Mondiali del 1966 in Inghilterra vissuti da un giovane Kolosso che inseguiva Cislenko e Bulgarelli. Le vittorie e le sconfitte di Claudio Michelotto, il ciclista sulla Luna. La favola triste di Sindelar, il centravanti che disse no ai nazisti, non cambiò casacca e preferì morire. Uno strano incontro notturno alla stazione dei Greyhound di Washington, dove si aggirava Greatti, campione d’Italia nel Cagliari di Gigi Riva. Un colloquio negli spogliatoi tra Lorenzo Bernardi, il giocatore del secolo e Paolo Tofoli, regista impareggiabile. E, ancora: Anzolin, portiere essenziale; Pepe Schiaffino che ricorda il tragico destino del giovane Pepe, cannoniere portoghese; la leggenda dell’A.C. Mezzocorona; le invettive dell’avvocato Prisco; i dribbling eterni di Garrincha e Meroni; l’ultima salita di Tommy Simpson; il genio di Cruyff; i canestri di Chamberlain; gli incontri calcistici di Guy Debord, dottore in niente; il talento sperperato di Vendrame; la bellezza inseguita sul campo da Zidane; il sorriso di Carbajal; il dodicesimo uomo in campo, Carl Power; il tifo di Pablo Neruda.
Scelte di campo, ovviamente.

La prefazione di Stefano Bizzotto

“Sono passati più di vent’anni.
Eravamo a Ponte Druso, nella vecchia sede dell’Alto Adige, a Bolzano. Io e Carlo Martinelli: il nostro appuntamento settimanale arrivava ogni domenica alle 17. C’era da dare una mano a confezionare le pagine sportive dell’edizione del lunedì. Nessuno dei due scriveva (o passava le pagine) di sport durante la settimana: io lavoravo in cronaca a Bolzano, lui a Trento.
In comune, avevamo una passione sfrenata per qualsiasi situazione in cui ci fosse da colpire una palla (grande o piccola, fa niente) oppure da migliorare un record, oppure ancora da mettere la propria ruota davanti a quella degli avversari. Insomma, eravamo malati di sport. Con un debole per il calcio, sia chiaro. Non che ci fosse molto tempo per dialogare, in quelle domeniche. Le pagine da riempire erano molte, e molti gli sport da coprire. Dalla serie A alla terza categoria, dal Giro d’Italia al “Circuito dei Tre Bivi” (Ora-Termeno-Caldaro, per i non addetti ai lavori): ce n’era per tutti i gusti. Con l’attenta regia di Franco Melchiori, per tutti Melchius, che, chissà come, riusciva a dare un senso compiuto al lavoro di tante “teste matte”.
In quegli anni, bellissimi ripensandoci adesso, la “malattia” ha fatto il suo corso. Nel senso che né io né Carlo siamo guariti. Lo sport è rimasto qualcosa di tremendamente centrale nelle nostre vite. Non mi vergogno ad ammetterlo: un dribbling di Totti, un cross di Beckham, una veronica di Zidane - per tacere dei grandi del passato - mi trasmettono sensazioni che altri (la stragrande maggioranza, temo) provano assistendo ad un film o ad una rappresentazione teatrale.
Sensazioni che hanno fatto capolino leggendo le bozze del libro di Carlo. Dovevo aspettarmelo, che prima o poi avrebbe fatto questo passo. Troppa la passione, unita ad una fantasia, ad una creatività fuori dal comune. Credo che da lassù apprezzerà molto il grande Osvaldo Soriano. Anche lui scrisse un libro di racconti calcistici. “Futbol”, lo intitolò. Ecco, se mi promette che non si monta la testa, a Carlo dico che in questo momento lui per me è un po’ il Soriano di casa nostra.
Il capitolo che lo scrittore sudamericano dedica ad Obdulio Varela, ad esempio, ritorna in un certo senso quando Martinelli narra del suo incontro casuale con Ricciotti Greatti. Il Cagliari di Greatti, in fondo, fece una cosa memorabile togliendo lo scudetto alle “grandi” tradizionali: un po’‚ quello che era riuscito vent’anni prima all’Uruguay di Varela, campione del mondo al Maracanà, nel salotto del favoritissimo Brasile. Con la differenza, per fortuna, che lo scudetto del Cagliari non fu causa di suicidi. Almeno non mi risulta.
Quello che caratterizza il libro di Carlo, è la ricerca di personaggi non conosciutissimi e al tempo stesso la nostalgia del passato. In questo, credo di assomigliargli. Lui conosceva (o conosce?) a memoria le formazioni del mondiale 1966. Io, che ho qualche anno in meno, ho ricordi nitidissimi delle stagioni calcistiche a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, quando la TV era in bianco e nero e il massimo della vita era far tardi ad aspettare la “Domenica Sportiva” oppure, il mattino dopo, correre a comprare la “Gazzetta” prima di andare a scuola. Le mie filastrocche preferite cominciavano con “Cudicini Anquilletti Schnellinger” oppure (ero anche tifoso dell’Oltrisarco, serie D) “Bizzotto Ciocchi Festi”.
Anni memorabili che ritornano leggendo il libro di Carlo. Da Cislenko a Carbajal, da Sindelar a Bulgarelli, – che il bizzarro destino del pallone mi ha portato ad avere al fianco come compagno di telecronache – è come sfogliare un immenso album di figurine. O un libro di storia, fate voi. Di bello c’è che al centro di tutto rimane sempre e comunque l’uomo, con i suoi panni di vincente o, il più delle volte, di perdente. Il calcio come metafora della vita, insomma.
Buona lettura


 


( by CalcioFans.com )

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