Un giornalista innamorato del proprio lavoro, ma
soprattutto della propria indipendenza e del proprio
anticonformismo.
Sempre coraggiosamente se stesso, non ha avuto paura di crearsi dei
nemici. Anzi, certo che «un nemico ti fa sentire vivo, ti dà
energia, è un formidabile antidepressivo», se ne è inventato uno
al giorno.
In quarant’anni ha incontrato altri giornalisti e altri uomini
scomodi, da Montanelli a Biagi, da Brera ad Arpino, da Ferrari a
Rognoni, da Cecchi Gori a Moratti, da Berlusconi a Bearzot, e
l’amicizia, quando è nata, è stata sempre il naturale esito di
un rapporto franco, a volte ruvido, sempre leale, mai adulatore.
Uomo di molte passioni, quasi tutte gli sono familiari,
professionista con una pelle sola, insegue verità non scontate, che
sa bene essere molto più intriganti di comode scorciatoie.
Ci sono tanti modi per insegnare a lavorare e a vivere, per dare un
senso alla propria esistenza, Italo Cucci ha scelto il più
immediato, il più efficace: riscrivendo con lucidità, ma in modo
faziosamente appassionato, la storia del calcio moderno, si è
raccontato.
Italo Cucci, nato nel Montefeltro nel 1939, ha iniziato la
sua avventura giornalistica nel 1958, diventando giornalista
professionista nel 1963. Insegna la sua materia alla Libera
Università delle Scienze Sociali (LUISS) a Roma e alla facoltà di
Scienze Politiche dell'Università di Teramo. Ha diretto il «Guerin
Sportivo» (tre volte), poi «Stadio-Corriere dello Sport» (due
volte) e il «Quotidiano Nazionale» che raccoglie le testate della
«Nazione», del «Giorno» e del «Resto del Carlino», in cui
mosse i primi passi, con Giovanni Spadolini direttore.
Ha collaborato con Pupi Avati alla sceneggiatura del film Ultimo
minuto, compendio del suo grande amore per il calcio. Si vanta
di un premio, il «Dino Ferrari», assegnatogli da Enzo Ferrari.
Attualmente scrive sul «Corriere dello Sport» e collabora con la
Rai (Tg2 e «Domenica Sportiva»). |